LA TRASFORMAZIONE DELLA 

CHIESA NELLA STORIA (Pag. 3 di 3)

 

In quel periodo, difatti, il lato settentrionale di S.Maria - dapprima esclusa dalla cerchia muraria che dopo le distruzioni restringeva l'abitato -  fu riutilizzato e inserito nel nuovo circuito murario che dal colle scendeva fino a saldarsi con il torrione. Qui guarniva la porta d'Abruzzi, poi il percorso murario riprendeva fino ad incontrare l'altro torrione presso il ponte di S.Lorenzo e girava rafforzando tutto il lato destro del Liri.

Sono databili in questo secolo il trittico del Salvatore e la Madonna in gloria affrescata nella lunetta superiore del portale secondario.

Il Libro Verde, un manoscritto iniziato nel 1612 dal vescovo Giovannelli con l'intento di documentare e censire i beni della diocesi sorana, presenta un quadro fosco delle condizioni in cui versava ormai la chiesa: il portale principale non era agibile, forse perché la rampa d'accesso risultava scomoda o per l'incombente presenza delle strutture difensive da questo lato; il presbiterio non è sopraelevato rispetto al resto né delimitato da balaustra, la navata sinistra conta cinque cappelle laterali, quella destra sei, ripristinate dopo l'interdetto di alcune di esse nel 1592, mentre la zona terminale ha due cappelle laterali, quella dell'Annunciazione a sinistra, del Rosario a destra. Le monofore laterali vengono murate per consentire la creazione delle cappelle in armonia con il nuovo fervore rigorista della Controriforma.

Una piccola finestra, posta accanto alla porta d'accesso alla sacrestia, consentiva la comunicazione con la cattedrale. L'accesso alla chiesa è permesso dall'apertura di una porta nel lato meridionale, in modo da creare una più stretta contiguità con il vescovado.

L'altare centrale era stato rimosso e addossato alla parete di fondo.

Sora muta aspetto urbanistico dopo che il ducato viene acquistato dai Boncompagni nel 1589. Un certo fermento artistico ed architettonico, lo sviluppo di un'economia pre-industriale, l'attività instancabile del vescovo Gerolamo Giovannelli e l'ardente fede della duchessa Costanza Sforza Boncompagni favorirono la costruzione o il restauro di alcune chiese o di bei palazzi, insieme all'ampliamento degli assi stradali.

Anche la nostra chiesa subisce una radicale trasformazione dell'antico aspetto, per assumere il tradizionale travestimento barocco che travolge la spirituale e semplice austerità di un tempo.

Le strutture murarie della navata centrale furono appesantite dalla rincocciatura dei pilastri e degli archi ogivali, che persero l'originario slancio per l'abbassamento del soffitto a cassettoni; le navate centrali furono coperte da volte a vela dipinte. La chiesa fu provvista di organo e di un nuovo altare maggiore. La sacrestia fu ampliata, messa in comunicazione con una porta sulla cui architrave c'è inciso il nome del vescovo Tommaso Guzoni e arrichita di arredi e reliquiari.

Nel 1734 il vescovo Gabriele De Marchis apre nel lato meridionale un maestoso portale sormontato da timpano, mentre si costruisce un avancapo sulla fronte principale per ricavare ambienti idonei ad alloggiare il coro d'inverno, a prosecuzione della navata destra, e il Battistero, oggi ufficio parrocchiale, ad espanzione della navata sinistra. La chiesa fu così ulteriormente allungata.

Nella seconda metà del '700 si addossava alla navata destra un altro corpo, la cappella del Purgatorio, a destra della cappella del Rosario. Pregevoli arredi sacri ne testimoniano la ricchezza e la preminenza raggiunta in questo periodo, anche per il mutamento socio-economico e l'affermazione di un ceto medio-alto di artigiani, professionisti, intellettuali.

Nell'800 la chiesa viene pavimentata con marmo e arricchita da decorazioni tardo barocche.

Tale situazione è quella documentata da una fotografia della fine del secolo: il presbiterio è delimitato da una balaustra marmorea a colonnette, la chiesa è appesantita da un altare a baldacchino con colonne tortili e dal soffitto a cassettoni che ne limitano lo slancio.

È forse provvidenziale l'incendio del 13 febbraio 1916 che distrugge parzialmente la cattedrale e rivela l'arco a sesto acuto della navata centrale. L'ing. Paolo Cassinis, lo stesso progettista della nuova chiesa di S.Restituta ricostruita dopo il terremoto del 1915, riportò il rigore austero dell'edificio nello stile gotico-cistercenze ravvisabile anche nella chiesa di San Domenico abate.

La navata centrale mantenne tutta la sua altezza di 11 m. che culminò nel fastigio interrotto da monofore laterali e da una bifora frontale simile a quelle dell'ultimo piano del campanile.

Il seminario, che prima era in diretta comunicazione con la chiesa, divenne un corpo di fabbrica isolato. 

L'incendio portò alla luce l'arco di Roffrido, prima ricoperto da uno spesso intonaco rossastro di cui ancora rimangono tracce.

Nel 1961 la chiesa fu rivestita da intonaci che imitavano la porosità del travertino, fu ripavimentata e provvista di una nuova sedia vescovile, di un altare e di un pulpito di imitazione cosmatesca. Oggi il pulpito è stato eliminato, è l'altare maggiore spicca sulla parete di fondo, liberata dagli intonaci, in cui si ravvisano murature di diverse epoche.