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QUESTA
È LA PORTA DEL CIELO
(di
S.E. Mons Luca Brandolini)
Finalmente
la nostra Chiesa Cattedrale ha un portale bronzeo, di rilevante
fattura artistica, degno delle sue antiche e gloriose memorie e di
una chiesa - qual'è appunto la Cattedrale -, che è madre e capo
di tutte le altre esistenti in Diocesi. In essa, infatti è
collocata la "cattedra" del Vescovo, maestro della fede,
sommo sacerdote e pastore del gregge affidato alle sue cure; segno
cisibile e fondamentale della comunione ecclesiale.
Si
compie così un "sogno" a lungo coltivato da molti.
La
porta - come si sa - è un elemento importante dell'edificio:
accoglie e lascia passare, entrare ed uscire; se chiusa, può
esprimere pregiudizio e rifiuto. Leggendo la Bibbia, ci accorgiamo
che la porta assume significati più profondi e impegnativi, in
ordine al progetto di salvezza che essa ci fa conoscere e che Dio
ha sulla storia umana.
Il
Dio della Rivelazione, infatti, non è semplicemente l'Essere
superiore a cui può arrivare la filosofia, ma il "Dio di
Abramo, di Isacco, di Giacobbe"; il Dio, soprattutto,
"di Gesù Cristo", che si è fatto conoscere agli
uomini, attraverso parole e fatti meravigliosi, per invitarli e
ammetterli alla comunione con sé, per renderli partecipi
della sua vita (cf. Dei Verbum, 2) e formare, con tutti coloro che
accolgono la proposta e il dono, una comunità, anzi, una
sola famiglia che lo riconosca nella fede e lo faccia conoscere a
tutti (cf. Lumen gentium, 9). L'uomo,
tuttavia, ha detto il suo no già "in principio" e
purtroppo continua a dirlo, rifiutando l'offerta di comunione e di
vita. È il dramma del peccato che attraversa tutta la storia e di
cui ciascuno fa esperienza. In questo modo l'uomo si autoesclude
dalla familiarità con Dio, pretendendo di fare a meno di lui o di
mettersi al suo posto. La
Bibbia esprime questa terribile realtà con una immagine semplice
quanto significativa. Fin dall'origine la porta del
"giardino" (o paradiso) in cui l'uomo è stato
collocato, simbolo della felicità che nasce dalla comunione con
Dio e con il creato, è stata chiusa da Dio alle sue spalle (cf.
Gen. 3,23). Così egli si ritrova inevitabilmente in balia di se
stesso, ramingo sulla terra, senza sapere più da dove viene e
qual'è il fine e il traguardo del suo pellegrinaggio terreno. Quando
però gli uomini sono aiutati a prendere coscienza del loro
allontanamento da Dio e del loro sbandamento - come spesso
avviene nella storia della salvezza -, soprattutto attraverso i
"portavoce" che Dio manda, è facile che dal loro cuore
fiorisca l'invocazione affinché egli apra "le porte del
cielo" e consenta così agli uomini di ritornare "a
casa" per sperimentare di nuovo la dolcezza e il calore della
comunione con lui (cf, Isaia 33,15 ss; Michea 6,6-8; Zaccaria 8,16
ss.) Questo
desiderio si è pienamente compiuto quando Dio, ricco di
misericordia e fedele al suo piano d'amore, ha mandato nel mondo
il suo Figlio, affinché tutti avessero nuovamente accesso a lui e
fossero reintegrati nella comunione. È in questa prospettiva che
Gesù si definisce la "porta" e, nello stesso tempo, il
Pastore che guida e introduce, coloro che lo seguono come
discepoli, nel Regno del Padre (cf. Giov. 10). Questo
"Regno", che è quanto dire il progetto salvifico da
Gesù svelato e reso presente nella storia, è spesso da lui
paragaonato ad un banchetto di fraternità e di festa, una
"casa" abitata dallo Spirito, nella quale si può
accedere con la fede e la conversione, con la veste nuziale della
sua grazia. La
comunità dei discepoli di Cristo, di cui la chiesa - edificio,
soprattutto se si tratta della Cattedrale -, è segno e immagine,
è dunque il luogo e lo spazio concreto di una comunione con Dio e
con i fratelli che avrà il suo pieno compimento nel
"giardino" del Paradiso, allorché Dio sarà finalmente
tutto in tutti. È
alla luce di queste brevi riflessioni che ci è dato di scoprire
il significato profondo che ha la porta, specialmente nella
Cattedrale. Essa
si apre per accogliere i discepoli di Cristo che vivono in un
determinato territorio e vogliono manifestare visibilmente e
celebrare il "mistero" della comunione con Dio e tra
loro per essere e costruire la Chiesa viva, che essi formano in
ragione della fede e del Battesimo che li ha introdotti nella
famiglia di Dio. Tutto ciò è possibile nella misura in cui essi
varcano la soglia non per convenienza o curiosità, ma per
accogliere la Parola di Dio che suscita e nutre la fede;
per celebrare i sacramenti, primo per tutti l'Eucarestia
domenicale, per crescere nell'unione con Cristo Signore e per
loro; per accogliere e vivere insieme nella Carità tutti i
fratelli, specialmente se poveri materialmente e nello spirito,
per diventare un cuore solo e un'anima sola. Parola,
Eucarestia e Carità sono infatti - come afferma il Concilio - le
"energie della comunione" (Gaudium et spes, 3). Ma
non è ancora tutto, perché la porta è aperta non solo per
"entrare", ma anche per..."uscire". Ciò vuol
dire che la comunione celebrata e vissuta nella chiesa Cattedrale,
deve irradiarsi verso "coloro che sono fuori"; deve
diventare cioè testimonianza, annuncio, missione, affinché si
realizzi il progetto di Gesù che tutti si radunino in un unico
ovile, e siamo guidati da un unico Pastore. Un'ultima
riflessione mi sembra importante quando si tratta di varcare la
soglia di una chiesa com'è la nostra Cattedrale dedicata a
S.Maria, Madre di Cristo e della Chiesa. Lei, che ha vissuto in
pienezza la comunione è, per certi aspetti la
"sentinella" che veglia sulla porta e la custodisce. Ci
accoglie come madre di famiglia, ci prende per mano e ci conduce
al suo Figlio. Con la sua tenerezza materna ci introduce nella
comunione con il Padre e i fratelli; ci mostra Gesù e ci ripete,
come ai servi del banchetto nuziale di Cana: "Fate quello che
Egli vi dirà" (Giov. 2,5). Mi
auguro che sia davvero così per ciascuno e per tutta la nostra
Chiesa.
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